.................................    ¡OTTOCENTO!   ......................................

 

Se è vero che, parafrasando liberamente un celebre motto di Hector Berlioz, per un compositore non chitarrista lo strumento rappresenta una sorta di monstre inabordable et indomptable, è ancora più vero che comporre per due chitarre è impresa assai ardua per chiunque non abbia una confidenza estrema con lo strumento. Non è quindi affatto casuale che i brani registrati nel presente cd siano dei più celebrati virtuosi dell’Ottocento. Oltre poi alle oggettive difficoltà di scrittura, vi è il rischio di schematizzare eccessivamente la disposizione delle parti,  riservando alla prima chitarra la semplice melodia (e la chitarra non è uno strumento melodico come invece il flauto, ad esempio) e alla seconda un mero accompagnamento (senza cioè sfruttare le notevoli risorse dello strumento). Indubbiamente una struttura di tale genere rimane comunque privilegiata nel repertorio per due chitarre, ma il bravo compositore riesce tuttavia a evitare una netta contrapposizione fra una parte principale e una secondaria, sviluppandone invece una armoniosa fusione. Se la concertazione è efficace, oltre a dialogare dialetticamente i due strumenti possono trasformarsi in una sorta di maxi-chitarra allargata a dodici corde, con spiccatissime peculiarità timbriche e grandi possibilità nella condotta armonica.

Ed era proprio la vollstimmige – appunto, uno sviluppo armonico pieno e completo – che i critici viennesi ammiravano nelle opere di Mauro Giuliani (Bisceglie, 1781 – Napoli, 1829). Dopo l’apprendistato a Barletta, Giuliani si trasferì nel 1806 a Vienna, ove ben presto si impose come il più grande chitarrista dell’Ottocento: la sua fama si diffuse in tutta Europa, tanto che alcuni anni dopo la sua morte egli era ancora così popolare che a Londra, città dove peraltro non era mai stato, venne fondata in suo onore la rivista “The Giulianiad”. Lo stile di Giuliani rivoluzionò non solo scrittura ma anche la maniera stessa di pensare la chitarra, che si trasformò da semplice strumento accompagnatore suonato da dilettanti a protagonista delle sale da concerto, innalzandosi a un ruolo e un livello professionali.

Le Tre Polonesi concertanti op. 137 furono pubblicate postume da Giovanni Ricordi all’incirca nel 1837. Scritte in forma A-B-A (con Trio e Da capo), rappresentano una concessione di Giuliani alla moda del tempo, che vedeva proprio in questa danza una grande popolarità (Giuliani tuttavia era assai legato alla polonaise, tanto da impiegarla nei suoi concerti per chitarra e orchestra nonché in altri brani importanti). Assai più note e molto amate dagli interpreti sono comunque le Variazioni concertanti op. 130, anch’esse pubblicate postume da Ricordi nel 1840. Assai simili per struttura alle Grandes Variations Concertantes pour Deux Guitares op. 35, sono un brano tecnicamente assai impegnativo ma di straordinaria resa strumentale, la cui felicità del tema è pari solo alla bellezza e alla ingegnosità delle variazioni.

Assai differente è invece la storia di Antoine de Lhoyer (Clermont-Ferrand, 1768 – Parigi, 1852), importante figura di musicista che solo recentemente è stata riscoperta e valorizzata. Militare di professione, ebbe una vita lunga e ricca di avvenimenti, con numerosi viaggi attraverso l’Europa – da Parigi ad Amburgo, da San Pietroburgo alla Corsica, e forse anche in terra d’Africa ad Algeri – legati agli intensi eventi bellici conseguenti alle guerre rivoluzionarie e napoleoniche. De Lhoyer godette di una notevole fama presso i suoi contemporanei, tanto che Ferdinando Carulli gli dedicò i suoi Trois solos pour guitare op. 76, Guillaume Gatayes lo nominò come uno dei più importanti chitarristi in Francia e Dionisio Aguado lo citò nel suo famoso Nouvelle Méthode op. 6. La sua notorietà era legata alla grande perizia compositiva, giacché non abbiamo resoconti relativa alla sua attività concertistica. Il Duo Concertante op. 31 n. 3, pubblicato a Parigi fra il 1814 e il 1815 dall’editore Simon Gaveaux, è un autentico capolavoro: struttura formale di ferrea solidità, grande varietà ritmica e melodica, parti per chitarra indipendenti e ugualmente importanti, carattere schiettamente concertante e puramente cameristico. Non sfuggano poi i chiari riferimenti mozartiani (la Sinfonia n. 40 ma anche la celeberrima “Aria della Regina della Notte” del Flauto Magico).

Un altro compositore-chitarrista assai versato nella musica da camera fu Filippo Gragnani (Livorno, 1768 – ivi, 1820) che, infatti, proprio nel repertorio cameristico – a differenza di quello solistico, dove invece non si elevò al di sopra di un corretto ma sostanzialmente modesto artigianato musicale – colse i suoi migliori risultati, come dimostra la bella composizione presentata in questo cd. Dopo avere compiuto a Livorno la sua formazione musicale sotto la guida di Giulio Maria Lucchesi - ma anche con il celeberrimo chitarrista napoletano Ferdinando Carulli - Gragnani intraprese alcuni viaggi in Italia e all’estero per poi stabilirsi a Parigi nel 1810, ove rimase per qualche anno ottenendo notevoli successi in qualità di virtuoso, insegnante e compositore. Nel 1813 fece ritorno nella sua città natale, rimanendovi sino alla morte. Il brano qui registrato è il secondo dei Tre Duetti per due chitarre dedicati a Ferdinando Carulli, pubblicati a Parigi dall’editore Raffaele Carli all’incirca nel 1810. La dedica al grande chitarrista napoletano, oltre a testimoniare la gratitudine di Gragnani nei confronti del suo vecchio maestro, denota un rapporto di stretta amicizia nonché un consolidato sodalizio artistico fra i due musicisti (lo stesso Carulli dedicò al livornese il Grand Solo op. 10 e i Trois Grand Duos op. 46). Tradizionalmente e classicamente articolata in tre movimenti, l’opera vede una decisa indipendenza delle parti e una felicissima concertazione che la colloca fra le più riuscite composizione del suo genere nell’Ottocento.

Assieme a Mauro Giuliani, Fernando Sor (Barcellona, 1778 – Parigi, 1839) rappresenta l’altro grande capomastro della storia della chitarra nell’Ottocento. Nato in una benestante famiglia borghese catalana, trascorse una vita assai avventurosa che lo portò a viaggiare in tutta Europa affermandosi come acclamato concertista e, soprattutto, come eccelso compositore. Da Barcellona a Madrid, da Parigi a Londra, da Berlino a Varsavia, da Mosca a S. Pietroburgo per poi tornare definitivamente a Parigi, Sor divenne il chitarrista più famoso e stimato in Europa: lo stesso Andrés Segovia, che pure non aveva una grande simpatia per il repertorio ottocentesco, amava inserire nei suoi programmi concertistici le opere del musicista catalano. La Fantaisie Pour deux Guitares, Composée expressement pour Mlle. Houzé op. 54 bis è un altro dei brani più popolare fra i numerosi duo di chitarre e, dobbiamo dire, che tale preferenza è assolutamente condivisibile; la Fantaisie è infatti un’opera che nei suoi tre movimenti riesce mirabilmente a fondere la spiccata componente folkorico-popolare con l’indiscutibile eleganza di un compositore raffinato, sensibile e un po’ altero quale era Fernando Sor.

Marco Riboni